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posted: 10.06.2026 @ 00:10
Quando l'extra è meglio del film! ...e non c'entra niente!
Ci sono extra ed extra. C'è quello messo lì per
gonfiare la confezione, e quello che, una volta avviato per
curiosità, ti inchioda alla poltrona e ti fa dimenticare perché
avevi inserito quel disco nel lettore. Questo appartiene alla seconda
categoria — con un dettaglio che ha del paradossale: lo trovate
annidato in un DVD "National Geographic" che parla di tutt'altro.
Ma partiamo dall'inizio. Reduce da una razzìa
alla mediateca del Comune di Lucca mi trovo tra le mani "Tabù:
Stregoneria" e "Attraverso l'India - In viaggio sui treni
dei Maharaja". Dopo le immagini – veramente poco edificanti –
del primo, che addirittura viene consigliato ai maggiori di 14 anni,
mi ritrovo davanti ad un filmato che – a prima vista – parla di
un Viaggio in India. Chissà, mi chiedo, magari dopo il viaggio
all'inferno questo mi riporterà quantomeno in purgatorio. Del resto,
le storie che coinvolgono l'India hanno la pretesa di essere sempre
piuttosto "spirituali".
Qui però l'argomento è tutt'altro che
spirituale, ovvero le ferrovie indiane e il fascino senza tempo delle
loro locomotive a vapore, le "Bellezze Nere" filmate negli
ultimi giorni prima di finire vendute a peso come anonima ferraglia.
Confesso che l'argomento non mi è totalmente
estraneo, anzi! Da diversi anni sono appassionato degli sbuffi delle locomotive a vapore e, nel tempo, mi sono anche dilettato ad
inseguire le locomotive a vapore italiane nei loro viaggi organizzati
dalla Fondazione FF.SS. Avevo perfino velleità da serie web:
"Il CacciaVapore". L’idea era trasmettere quella sorta di
adrenalina un po’ assurda che ti prende quando insegui un treno a
vapore lungo le vecchie linee secondarie per riprenderne i vari passaggi. Qualcosa che, immagino, non
dev’essere poi così distante da ciò che provano i cacciatori
quando "praticano" il loro sport preferito. Un solo
episodio, peraltro caricato su YouTube qualcosa come sette anni fa.
Il secondo l'avrei anche pronto almeno da quattro-cinque anni, ma –
complice la mia proverbiale indecisione – evito ancora di metterlo
online perché ci sono “un paio” di tagli che non mi convincono.
E qui sì, sono d'accordo, ci vorrebbe proprio un bel facepalm!
Stranamente, però, davanti alle "Bellezze
nere" indiane non ero particolarmente curioso di approfondire.
Poi ho capito perché: è proprio nella piega del menu, tra i
contenuti aggiuntivi, che si apre una delle avventure più
affascinanti che il documentario di esplorazione abbia mai
raccontato.
Il filmato — Secrets of Tsangpo (1999), appena
venticinque minuti — segue la spedizione che nel novembre del 1998
lo studioso e scrittore americano Ian Baker, insieme all'esploratore
Kenneth Storm Jr., condusse nelle gole del fiume Tsangpo, nel Tibet
sud-orientale, alla ricerca di una cascata leggendaria. Una cascata
di cui per più di un secolo si era soltanto favoleggiato, e che la
tradizione tibetana colloca nel cuore di Pemako, regione sacra
considerata una soglia verso il paradiso terrestre.
A renderlo ancora più prezioso è anche chi lo
firma: a riprendere e montare quelle immagini è stato uno di coloro
che a quella discesa parteciparono davvero. In altre parole, l'ha
girato chi c'era — e si sente, in ogni inquadratura rubata alla
fatica e alla paura.
E qui sta il punto che, a ripensarci oggi, ha
qualcosa di vertiginoso, soprattutto per uno che, alle elementari, ha
letteralmente svaligiato la biblioteca della scuola e si è letto
tutto sulle spedizioni e sulle esplorazioni nel periodo delle grandi
scoperte geografiche a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio
del Novecento: Amundsen, Scott, la conquista dei Poli, Nobile e il
dirigibile Italia.
Però qui siamo sul finire del millennio. Il
mondo è stato percorso, misurato, fotografato dal satellite,
sezionato e catalogato fino all'ultimo metro quadrato. Eppure, nel
1998, un gruppo di "esploratori" parte con il sostegno del
National Geographic per andare a cercare una cascata. Non un
continente o una vetta “inviolata”: una cascata. Una cosa che
immagineremmo impossibile da nascondere. E invece quella cascata era
riuscita a sfuggire alla mappa per così tanto tempo che, nel 1924,
l'ultimo a darle la caccia — il botanico britannico Frank
Kingdon-Ward — si era arreso concludendo che, con ogni probabilità,
non esisteva nemmeno.
Settantacinque anni: è questo l'intervallo che
separa la resa di Kingdon-Ward dal momento in cui Baker e Storm si
calano lungo le pareti a strapiombo di quella che è la gola più
profonda del pianeta — tre volte il Grand Canyon — per posare
finalmente gli occhi su ciò che il loro predecessore aveva potuto
solo immaginare. C'è una continuità quasi commovente in questo
passaggio di testimone tra epoche: le guide che accompagnano la
spedizione, ci viene fatto notare, potrebbero benissimo essere i
nipoti di chi guidò Kingdon-Ward su quei sentieri. La conoscenza si
tramanda di padre in figlio, fuori dal tempo.
Ed è proprio questa la suggestione che fa di un
documentario di mezz'ora qualcosa di più grande della sua durata. In
un mondo che ha fatto della catalogazione totale la propria
ossessione — dove ogni angolo è georeferenziato, indicizzato,
raggiungibile con un clic o visualizzabile in una “street view” —
l'idea che una semplice cascata abbia potuto restare un punto bianco
sulla carta fin quasi al Duemila è quasi consolante. Ci ricorda che
il mistero non è una questione di tecnologia, ma di accesso, di
fatica, di rispetto. La gola dello Tsangpo non era inesplorata perché
invisibile, ma perché impenetrabile: pareti lisce, piogge perenni,
frane, ponti di corda sospesi nel vuoto, e un popolo — i cacciatori
Monpa — che quel luogo lo custodiva come sacro.
Perché è questo l'altro strato del film, ed è
ciò che lo rende speciale. Più la spedizione avanza, più l'impresa
geografica si trasforma in pellegrinaggio. Le benedizioni dei lama, i
nastri di protezione, gli spiriti delle valli, la cascata stessa
concepita come passaggio verso un altrove: a un certo punto i
protagonisti smettono di comportarsi da conquistatori e cominciano a
muoversi da devoti. La scoperta finale — battezzata Hidden Falls —
ha il sapore di un segreto a cui si è stati ammessi.
La storia, peraltro, non finisce con la cascata.
Le gole dello Tsangpo sono anche uno dei fiumi più temuti del
pianeta — l'"Everest dei fiumi" — e attorno a
esse, in quegli stessi anni, si consumò un'altra epopea, di
tutt'altra natura. Mentre Baker e Storm le percorrevano a piedi,
nell'ottobre del 1998 una diversa spedizione, sempre sostenuta dal
National Geographic, tentava di discenderle in kayak: finì in
tragedia, con il kayaker Doug Gordon travolto e ucciso dalla
corrente. La rivincita su quelle acque arrivò solo nel 2002, quando
la squadra capitanata da Scott Lindgren portò a termine la prima
discesa integrale del tratto superiore della gola, raccontata nel
documentario “Into the Tsangpo Gorge” – disponibile
in DVD solo in USA, ma fortunatamente su YouTube. E a fare da
ponte tra le due imprese — quella a piedi verso la cascata e quella
in kayak attraverso la gola — c'è una presenza comune: Kenneth
Storm Jr., che compare anche nel film di Lindgren. Lo Tsangpo,
evidentemente, non lascia andare facilmente chi vi ha messo piede una
volta.
Resta un'ultima notazione: l'originale si
intitola, asciutto, "Secrets of Tsangpo"; la
versione italiana ci ha cucito in coda un "e del Tibet"
per diventare "I segreti di Tsangpo e del Tibet",
probabilmente per dare un po' di corpo geografico a un nome che, da
solo, da noi non dice granché.
Piccola spia di un imbarazzo di fondo: non si
sapeva bene dove collocare questo gioiello, e così lo si è caricato
su un vagone in partenza, quello dei treni indiani. Un materiale del
genere avrebbe meritato un prodotto dedicato, una confezione che ne
raccontasse l'importanza. Invece se ne sta lì, in incognito, dietro
un menu di locomotive a vapore. Una cascata nascosta dentro un extra
nascosto: a pensarci bene, è quasi un destino poetico. Già che
c'erano potevano metterlo in un "Easter Egg" e la
sfida di ritrovare il film sarebbe stata ancora più ardua!
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