Chiamiamola Paola. È una persona — come dire — esuberante. Una di quelle che quando entrano in una stanza, la stanza cambia umore.
Qualcuno, evidentemente convinto che un po' di silenzio le avrebbe fatto bene, le aveva consigliato di passare una settimana in un monastero. Una settimana di raccoglimento, di distacco dal mondo, di pace interiore. La persona in questione era peraltro convinta che dopo qualche giorno avrebbe ricevuto lui stesso una telefonata dal Vaticano — del tipo "ma chi ci hai mandato?" — aspettandosi che Paola avrebbe portato il caos anche fra le mura sacre.
Paola non ha potuto fermarsi una settimana intera, ma ha comunque deciso di provare: due, tre giorni. Un'esperienza che Facebook avrebbe definito "complicata".
Una di quelle notti le finestre della sua cella si sono aperte da sole. Essendo marzo, alzarsi per chiuderle nel buio era proprio una necessità — non era aria che invitasse a dormire con le finestre aperte. Nell'alzarsi ha notato qualcosa nell'angolo della stanzetta: una creatura pelosa che la osservava con strana, silenziosa curiosità. Paola, che è il tipo di persona che si prende cura degli altri anche a scapito di sé stessa, non si è persa d'animo: si è avvicinata e ha cominciato ad accarezzarla. Solo dopo qualche momento ha realizzato che quell'animale — che non era un gatto, e nemmeno un cane — era in realtà proprio lui, la Bestia! La quale, evidentemente incuriosita dalla nuova presenza nel convento, le aveva fatto visita.

A quel punto Paola ha smesso di accarezzarla e, con una compostezza e un aplomb che trovo ammirevole, è tornata a letto, si è diligentemente ricoperta e ha ripreso a dormire. La mattina dopo, raccontando l'episodio alle suore, queste le hanno confermato con la massima serietà che sì, queste cose nel loro monastero accadono, e che probabilmente avrebbe avuto bisogno di fare due chiacchiere con un padre esorcista. Da allora Paola vaga nel mondo chiedendo a chiunque incontri se per caso conosce un esorcista disponibile ad estirparle il demonio.
Paola non è sola. Un'altra amica aveva deciso di passare tre mesi in convento, in tutt'altra parte d'Italia, per testare una possibile vocazione. A un certo punto, mentre pregava in chiesa ha avuto una visione di donne vestite di bianco che le insegnavano la maniera corretta per farsi il segno della croce. Confidatasi con le consorelle, si è sentita rispondere che quella esperienza era un chiaro sintomo di possessione diabolica.

E qui mi fermo un momento, perché questa cosa mi colpisce davvero. Che in certi ambienti — che per definizione dovrebbero essere le roccaforti di Dio, del bene, della luce — coloro che vi abitano siano così pronti, così solerti, così quasi entusiasti nel trovare il demonio sotto ogni sasso, in ogni angolo buio, in ogni esperienza leggermente fuori dall'ordinario... lo trovo, come minimo, curioso. Quasi che il Maligno, invece di stare alla larga dai conventi, li frequentasse con particolare assiduità. Ma d'altronde, forse, è questione di praticità: il Demonio non perde tempo con i peccatori già "conquistati", ma assedia incessantemente le fortezze della virtù.
Nel 2002, per inciso, eravamo stati invitati da Fox a partecipare a un "thrilling" weekend in Val Nerina. Una di quelle esperienze di intrattenimento immersivo ante litteram, in cui gli ospiti erano chiamati a partecipare attivamente a una storia. La storia, manco a dirlo, aveva a che fare con un convento di frati non proprio dediti alle pratiche francescane. Segno che la fascinazione collettiva per questi luoghi — e per ciò che vi accade, o si immagina vi accada — non è una novità, e non risparmia nessuno. Neanche chi organizza weekend promozionali per una major cinematografica.
Ed è proprio catalogando le ultime uscite che non avevo ancora inserito nel database di dvdweb.it che mi appare, datata 27 novembre scorso: Suor Emanuelle. Con Laura Gemser.
Laura Gemser è un nome che a chi frequenta il cinema di genere italiano degli anni Settanta e Ottanta dice moltissimo. È l'attrice di origini indonesiane che Joe D'Amato trasformò nell'icona erotica di una serie di film costruiti attorno al personaggio di Emanuelle — con una sola m, per distinguerla dalla mm francese. D'Amato la usò in ogni contesto possibile: Emanuelle in Africa, Emanuelle in America, Emanuelle e gli ultimi cannibali. E naturalmente, nel 1977, in Suor Emanuelle: Emanuelle che indossa l'abito talare.

Incuriosito, sono andato a documentarmi. E lì ho scoperto che esiste — codificato, studiato, amato e vituperato — un intero sotto-genere cinematografico che prende il nome di Nunsploitation.
Il termine unisce nun (suora) e exploitation, quella parola-ombrello che nel gergo cinematografico indica i film che sfruttano elementi considerati scabrosi o pruriginosi per attirare il pubblico. La nunsploitation è un fenomeno prevalentemente europeo, e prevalentemente italiano, che fiorisce tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, in quel fertile e irripetibile momento in cui il cinema de-genere nostrano produceva tutto e il contrario di tutto con una velocità e una sfrontatezza che ancora oggi lascia senza fiato. Il contesto è quello della contestazione, della crisi dei valori tradizionali, di una Chiesa cattolica percepita da una parte della società come istituzione opprimente e ipocrita. I conventi diventano luoghi di repressione, di segreti, di desideri negati che esplodono in forme tanto più violente quanto più a lungo sono stati compressi. I film giocano su un contrasto cromatico e simbolico brutale: il bianco e nero degli abiti contro il rosso del sangue e della passione. La clausura come prigione. Il voto come violenza. E sullo sfondo, sempre, quella domanda che il genere non si stanca mai di porre: cosa succede davvero, di notte, dietro quei muri?
E naturalmente, a margine — senza aprire un capitolo che da solo meriterebbe una biblioteca — vale la pena almeno menzionare che la fascinazione per il convento non ha risparmiato nemmeno il cinema a luci rosse. Mario Salieri, il più celebre regista italiano del genere hard, ha dedicato a questi ambienti una parte non trascurabile della sua produzione, con una devozione per abiti talari, confessionali e clausure che lascia intuire un rapporto con la spiritualità quantomeno... personale.
I titoli fondamentali del filone coprono un arco che va dall'opera d'autore al prodotto puramente commerciale. La monaca di Monza di Eriprando Visconti (1969, inedito in DVD in Italia) ci ricorda che forse è stato proprio Alessandro Manzoni l'involontario capostipite del genere. Le monache di Sant'Arcangelo di Domenico Paolella (1973) è un altro caposaldo imprescindibile. Ma è con Suor Omicidi di Giulio Berruti (1978, anche questo inedito in DVD in Italia) che si tocca una vetta particolare: vedere Anita Ekberg — icona immortale de La Dolce Vita — invecchiata, nei panni di una suora morfino-dipendente che perde il contatto con la realtà, è l'estremo atto di exploitation. Distruggere l'idolo sacro del cinema per darlo in pasto alle paure del pubblico.
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Poi c'è Ken Russell, che con I diavoli (1971) porta la nunsploitation su un altro pianeta: un film visionario, allucinato, basato sul processo alle streghe di Loudun, con Vanessa Redgrave e Oliver Reed, censurato, mutilato, riscoperto. Un atto d'accusa contro il potere religioso e politico che non ha perso un grammo della sua forza. E per chiudere il cerchio, Interno di un convento (1978) di Walerian Borowczyk: basato sulle cronache di Stendhal, trasforma il genere in arte visiva, dimostrando che tra una preghiera sussurrata e un desiderio represso c'è solo un sottilissimo velo.
Perché questo genere esiste? Perché ha trovato un pubblico, e continua a trovarlo?
La risposta più onesta è che il convento — come la prigione, come il collegio, come qualunque comunità chiusa e regolata — esercita sull'immaginario collettivo una fascinazione che ha radici molto profonde. È il luogo del segreto per definizione. È una comunità di donne che ha scelto — o è stata costretta a scegliere — di rinunciare a una parte di sé. E l'essere umano, da sempre, è attratto da ciò che è nascosto, negato, proibito. La nunsploitation sfrutta questa fascinazione in modo spesso grossolano, a volte con vera intelligenza, quasi mai con rispetto. Ma il fatto che esista, che abbia avuto un mercato, che generi ancora oggi ristampe e riscoperte — Suor Emanuelle con Laura Gemser è del 1977, eppure eccolo rispuntare nelle uscite recenti, quasi che certi argomenti non invecchino mai davvero — dice qualcosa di preciso su di noi. Su quella strana pruriginosa curiosità che un po' tutti nutriamo per questi luoghi e per queste donne che hanno scelto, o sembrano aver scelto, di stare fuori dal mondo.
Chissà se Paola, la notte in cui accarezzava la Bestia nell'angolo della cella, ci pensava.
Probabilmente no. Ma avrebbe potuto essere l'incipit perfetto di uno di questi film.